INNER VITRIOL – Semper Tacui
Il tempo inciso nella pietra, scolpito nelle pelli

Con Semper Tacui, nuovo album degli Inner Vitriol, la band bolognese torna con un lavoro ambizioso e concettuale che conferma la loro identità nel panorama progressive metal europeo. Il disco – sei tracce per circa 43 minuti – è un concept incentrato sul tempo, ispirato ai graffiti lasciati dai prigionieri dell’Inquisizione nelle celle di Palazzo Chiaromonte-Steri a Palermo. La frase latina Semper tacui (“sono sempre rimasto in silenzio”) diventa il simbolo di una resistenza interiore contro l’erosione del tempo e dell’identità.
Musicalmente, il gruppo prosegue la propria ricerca nel territorio del dark progressive metal, alternando strutture articolate, passaggi atmosferici e momenti di grande impatto ritmico. In questo contesto il lavoro del batterista Michele Panepinto rappresenta uno degli elementi più interessanti dell’intero album: un playing tecnico ma sempre funzionale alla narrazione del concept.
La batteria come architettura narrativa
Fin dalle prime battute dell’opener “Broken and Dragged” si percepisce la ricerca della band. Il brano evoca momenti magici, quasi esoterici ed è più un preludio utile ad introdurre “On a Cold Floor”, brano impreziosito dalla presenza di Andy Kuntz. L’approccio di Panepinto è impeccabile: un drumming strutturato, costruito su groove e metriche irregolari che sostengono riff granitici e aperture melodiche. Il pezzo si muove tra sezioni serrate e improvvise sospensioni dinamiche, con un uso molto controllato di della doppia cassa e accenti sui tom che amplificano la tensione narrativa.
Il progressive metal vive spesso sull’equilibrio tra tecnica e musicalità, e in questo disco Panepinto dimostra una sensibilità particolare nella gestione degli spazi. “On a Cold Floor”, la batteria lavora soprattutto sulla costruzione atmosferica: pattern più lenti intervallati da esplosioni ritmiche strutturate, ride molto presente e figure sui tom che contribuiscono a creare una sensazione quasi liturgica, perfettamente coerente con il tema della reclusione.
Dinamica e controllo: il cuore progressivo dell’album
Uno dei momenti più interessanti dal punto di vista ritmico è “Waterfall”, uno dei singoli dell’album. Qui il drumming diventa più fluido e cinematico, alternando groove in mid-tempo a sezioni più aperte dove i piatti disegnano un tappeto sonoro continuo intervallati da un uso sapiente dei tom e timpani. Il brano gioca molto sul contrasto tra pieno e vuoto: la batteria entra e si ritrae con precisione, lasciando respirare chitarre e voce prima di ricostruire la tensione.
Ancora più evidente è questa dinamica in “Weaker and Fading”, che vede la partecipazione di Geoff Tate. Qui Panepinto opta per una scrittura ritmica articolata sull’Hi-Hat e apparentemente più lineare ma estremamente efficace: rullante spostato ma solido, fill brevi ma incisivi e una gestione delle dinamiche che accompagna perfettamente l’evoluzione emotiva del brano.
Il tempo sospeso
L’intermezzo “Upon the First Ray of My Last Sun” rappresenta una pausa quasi cinematografica all’interno del disco. Con una introduzione di voci “dal passato”, il brano si svela all’ascoltatore con una chitarra angelica. In questa sezione la batteria assume un ruolo più minimale, lavorando su texture ritmiche “leggere” e su un uso controllato dei piatti. È un momento di sospensione narrativa che prepara il terreno alla conclusione dell’album.

Il finale: energia e tensione
La chiusura con “I See the Flames” riporta l’album su territori più aggressivi. Qui il drumming torna a essere più fisico: doppia cassa precisa, cambi di accento e fill che sottolineano le transizioni tra le varie sezioni del brano. Il risultato è un finale intenso, che lascia emergere la natura più metal della band senza rinunciare alla complessità tipica del prog.
Produzione e suono della batteria
Registrato al Black Crow Recording Studio di Bologna, mixato da Marco Barusso e masterizzato da Marco D’Agostino, l’album beneficia di una produzione moderna e definita.
Uno degli aspetti più riusciti della produzione di Semper Tacui è proprio il suono della batteria. Il mix di Marco Barusso mantiene un equilibrio molto efficace tra potenza e naturalezza, evitando l’eccessiva compressione tipica di molte produzioni metal moderne.
La cassa risulta profonda ma definita, con un attacco chiaro che permette di leggere bene le figure ritmiche anche nei passaggi più complessi. Il rullante, compatto e presente nel mix, mantiene una buona articolazione, elemento fondamentale nel playing di Michele Panepinto.
Particolarmente interessante è la resa dei tom, corposi e ben separati nel panorama stereo: una scelta che valorizza i numerosi fill discendenti utilizzati nel disco, rendendoli quasi “melodici” nel contesto del brano.
Anche i piatti trovano il giusto spazio nella produzione. Ride e crash non risultano mai invadenti ma contribuiscono alla costruzione delle dinamiche, soprattutto nei brani più atmosferici come On a Cold Floor e Waterfall. Il risultato complessivo è un suono di batteria moderno ma estremamente leggibile, ideale per un album dove la componente ritmica gioca un ruolo così centrale nella narrazione musicale.
Drum Focus
Michele Panepinto – Ritmo e narrazione
Nel contesto di Semper Tacui, il drumming di Michele Panepinto si distingue per un approccio estremamente musicale alla scrittura ritmica. Più che puntare su virtuosismi fine a se stessi, Michele costruisce vere e proprie architetture ritmiche al servizio della narrazione del concept.
Molti passaggi di transizione non sono lineari ma costruiti su movimenti discendenti sui tom, una scelta che aggiunge un carattere quasi orchestrale alla batteria.
In pezzi atmosferici come On a Cold Floor la batteria lavora soprattutto sul controllo della dinamica, con ride e hi-hat utilizzati per scolpire il tempo piuttosto che dominarlo. E quando entra in gioco – soprattutto nel finale di I See the Flames – la doppia cassa è sempre funzionale alla struttura del brano e mai eccessiva.
Conclusioni
Con Semper Tacui, gli Inner Vitriol realizzano un album maturo, dove concept, composizione e interpretazione strumentale si fondono in un racconto coerente. Dal punto di vista batteristico, Michele Panepinto dimostra grande maturità: il suo drumming evita virtuosismi gratuiti e si concentra piuttosto sulla costruzione di un linguaggio ritmico capace di sostenere la narrazione.
Un disco che conferma la solidità della scena progressive metal italiana e che merita attenzione anche da parte dei batteristi interessati a un approccio moderno alla scrittura ritmica nel prog metal.